mercoledì 6 luglio 2011
Viva la vida! Buon compleanno Frida!
"Nell’aprile del 1953, un anno prima di morire all’età di quarantasette anni, Frida Kahlo ebbe la prima importante retrospettiva messicana delle sue opere pittoriche. La sua salute si era ormai talmente deteriorata che nessuno si aspettava di vederla all’inaugurazione. Ma alle otto di sera, un attimo dopo che le porte della Galleria d’arte contemporanea di Città del Messico si furono aperte al pubblico, arrivò un’ambulanza. L’artista, vestita del suo prediletto costume messicano, venne portata in barella fino al grande letto che già dal pomeriggio era stato installato nella galleria. Il letto era decorato come piaceva a lei, con fotografie del marito, il grande muralista Diego Rivera, e dei suoi eroi politici, Malenkov e Stalin. Scheletri di cartapesta pendevano dal baldacchino alla cui volta era stato fissato uno specchio che rifletteva il suo volto devastato eppure splendente di gioia. Ad uno ad uno, duecento tra amici e ammiratori andarono a congratularsi con Frida, quindi formarono un circolo intorno al suo letto e si misero a intonare con lei ballate messicane che durarono fino a notte inoltrata."
Questo è l’incipit del prologo della vita di Frida narrata da Hayden Herrera, massima esperta della vita di questa donna straordinaria. Un incipit che rappresenta il culmine e che testimonia le qualità di questa donna: il coraggio, l’alegría di fronte alla sofferenza fisica che l’accompagno per tutta la sua esistenza, la passione, la sorpresa e la specificità; un amore tutto suo per lo spettacolo come maschera con cui proteggere se stessa e la propria dignità. Terza figlia, nasce il 6 luglio del 1907.
Poco dopo la madre si ammala e Frida viene allattata da una donna indigena, fatto per lei di fondamentale importanza. Tre anni dopo scoppia la rivoluzione messicana. Un giorno si odono spari e grida. Bussa alla porta della casa dei Kahlo un gruppo di ribelli affamati e stanchi che sanno di poter contare su gente amica. Frida si intrufola e li osserva seria ma senza paura, ha tre anni ma è attratta dall’evento straordinario.
Appena poco più grande dichiarerà sempre di essere nata il 7 luglio 1910, inizio della rivoluzione guidata dai leggendari Pancho Villa e ed Emiliano Zapata. Non era una civetteria: era convinta di essere realmente nata col Messico nuovo.
A sei anni si ammala di poliomenite, e da qui inizierà il calvario atroce che l’accompagnerà per tutta la vita, a cui farà seguito un brutto incidente che peggiorerà la situazione e la porterà a convivere quasi quotidianamente con il dolore. Se gli autoritratti servivano a confermare la sua presenza, i costumi davano alla donna fragile e spesso costretta a letto la sensazione di essere più magnetica e visibile. Paradossalmente, essi erano la maschera e cornice allo stesso tempo, ed erano in grado di distrarla dal dolore interno.
Frida conosceva il potere magico degli abiti come sostituti; scrisse nel diario che il costume da tehuana era il ritratto in assenza di una sola persona: il proprio io assente. Quando rideva era uno scroscio di risa profondo e contagioso; indossando questi abiti sgargianti, faceva sensazione ovunque andasse.
Nel 1929 divenne la terza moglie di Diego Rivera: che coppia incredibile! Lei piccola, impulsiva e fiera, pareva essere uscita da un romanzo di García Márquez, lui enorme e stravagante.
“In vita mia mi sono capitati due incidenti gravi – disse una volta – Il primo quando un tram mi ha messa al tappeto. L’altro incidente è Diego.”
Lo amò ossessivamente, cercando però per tutta la vita di sottrarsi al suo dominio. Che Diego fosse infedele e che la faccenda la facesse soffrire è fuori discussione, ma se Frida si disperò non mancò comunque occasione in cui disse che non le importava e che anzi era divertita.
D’altro canto Rivera amava le donne forti e indipendenti e la incoraggiò sempre e la spinse a cercare un suo stile personale. A poco a poco divenne essenziale nella vita di lui: acuta nel riconoscere i suoi bisogni, le aree di vulnerabilità e da qui seppe costruire il legame che la trattennero a lui. Lo divertì e seppe stupirlo, sempre.
Alla sua morte, il viso grasso e pieno di Diego si afflosciò e ingrigì. Nella sua autobiografia, riporta il giorno 13 luglio del 1954 come il più triste della sua vita. Nel 1955 Diego regalò la casa di Frida al popolo del Messico con tutto quello che conteneva. Oggi la casa è aperta ai visitatori e proprio qui si ha la sensazione di averla conosciuta: i suoi costumi, i gioielli, le sue bambole, le lettere, i libri, i messaggi d’amore, la sua collezione di arte popolare offrono un’immagine vivida della sua personalità. Passando molti mesi a letto, la casa era un’estensione del suo mondo. Il suo ultimo quadro è ancora appeso in soggiorno e rappresenta alcune angurie che si stagliano su un cielo azzurro brillante. Il più popolare dei frutti messicani si presenta, intero, a metà, a quarti, spaccato.
Pochi giorni prima di morire, Frida intinse il pennello in una vernice rosso sangue e scrisse il proprio nome, la data e il luogo, dove il quadro era stato eseguito.
Poi in maiuscolo tracciò il suo saluto: VIVA LA VIDA.
martedì 5 luglio 2011
La vetrina della settimana
sabato 2 luglio 2011
Gente che ci piace!
Guardate questo blog...
lasciatevi andare sorseggiando qualcosa... e innamoratevene perdutamente...
http://kristinaklarin.blogspot.com/
| alcune immagini dal blog |
venerdì 1 luglio 2011
STORIA NATURALE DI UNA FAMIGLIA booktrailer Lo vogliooo!
"A guardare le cose da vicino anche i sentimenti più spietati possono sembrare naturali"
Vetrine, teche e mobili espositori obbligavano a un percorso a serpentina tra innumerevoli varietà di farfalle, scarabei cornuti simili a elefanti in miniatura, insetti foglia giganti, formiche, api, calabroni, mantidi, forbicine, grilli, cavallette, scorpioni, ragni e tarantole, acari e parassiti vegetali, pulci e persino moscerini, fino alla vetrina dei nidi di insetto con un modello di termitaio in scala naturale nel quale avevo immaginato piú volte di intrufolarmi.
La cercavo lí, tra quelle vetrine. Lí c’erano tutti gli aracnidi e gli insetti del mondo, lei non poteva di certo mancare.
Mi sono fermata a osservare attentamente una mantide lunga quasi dieci centimetri, poi le farfalle sudamericane dai colori violenti. Davanti alla teca dei lepidotteri mimetici, ho aguzzato la vista per distinguerli dall’ambiente che li circondava.
Trovarla è impossibile, ho pensato.
Lei si nasconde, si mimetizza come questi coleotteri, si è colorata per anni della vita di mio padre, della mia famiglia, e forse è ancora lí, vicino a noi, tutt’uno con il colore di una parete e ci guarda, ci ha guardato al mare e a Natale, a cena e anche dormire, sempre presente ma invisibile, almeno per noi, che non sapevamo di lei.
[...] Fuori dal museo la luce del sole era abbacinante.
La gente mi camminava accanto, mi scontrava malamente, si specchiava nelle vetrine andando molto di fretta. Immaginavo di fermare tutto, imbalsamare tutti e poi di continuare a camminare in mezzo a loro. Le loro ombre immobili mi coprivano e scoprivano come quelle di alberelli piantati senza logica dappertutto. Era il diorama dell’essere umano e lei si nascondeva lí, immobile e ferma contro un muro, arancione come un autobus, grigia come un palo.
Ma quante sono, pensavo, le persone che si nascondono? "
Ester Armanino, Storia naturale di una famiglia
Per capire le cose bisogna provare a guardarle bene, ma a starci dentro finisce che non si vede niente.
Bianca lo sa, e infatti quel mondo lo studia con occhi stupiti e la curiosità di un’entomologa. Piccolo e rinchiuso in una teca trasparente, l’universo familiare si apre a traiettorie prevedibili, e «anche i sentimenti più spietati possono sembrare naturali»: una madre-ape che «lavora incessantemente all’armonia riducendosi le ali a brandelli», un padre che si ostina a ricoprirla di seta per farla somigliare a una farfalla, donne-mantidi che depongono le uova con i baci, e poi formiche, ragni, lucciole.
Ogni momento, nella vita di Bianca, è un diorama da museo al quale apporre una didascalia, parole limpidissime e spietate che cristallizzino l’esistenza e le danno senso.
Finché, un giorno d’estate, la teca si rompe e il mondo-insetto si sparpaglia, Bianca lo guarda scomparire ai margini senza più parole per descriverlo e impara cosa sia la fine: delle bugie, dell’amore, dell’infanzia, della vita.
Con una lingua limpida e potente, la ventottenne Ester Armanino costruisce un romanzo di formazione atipico, capace di raccontare con assoluta originalità il momento irripetibile in cui la vita ci impone di scegliere: se restare, ancora una volta, con la fronte sul vetro e gli occhi spalancati a osservare, oppure imparare a fidarsi di nuovo, e scoprire che le cose, a guardarle da insetto, non si possono spiegare ma si possono vivere.
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